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Cʼera una volta Totò Riina. Oppure Bernardo Provenzano. Boss saldi al comando della propria organizzazione e profondamente radicati nelle loro terre dʼorigine, anche se con interessi in tutta Italia e non solo. E oggi? Dopo lʼarresto e la morte di Matteo Messina Denaro, esiste un capomafia che svetta su tutti gli altri? Il mensile MillenniuM, diretto da Peter Gomez, nel numero di luglio ricostruisce la carriera e gli affari di Michele Senese e del suo clan. Che, secondo le indagini più recenti, rappresentano il passaggio a una nuova mafia, con un forte potere di influenza sui territori dove opera, sul tessuto economico, sulla politica, ma con modalità più elastiche e fluide rispetto al passato. Michele Senese è un camorrista di Afragola, nel napoletano, noto per la sua ferocia, tanto da guadagnarsi il soprannome di Michele ʼo pazzo nellʼefferata guerra fra cutoliani e anticutoliani. Nei primi anni Ottanta viene spedito a Roma, a regolare gli ultimi conti con i cutoliani perdenti. E qui fa il salto, adattando il metodo camorristico al complesso scenario criminale della Capitale, fra Banda della Magliana, clan albanesi emergenti, narco-ultras come Fabrizio Piscitelli, “Diabolik”, freddato in un parco pubblico nel 2019. Se oggi la Roma criminale ha un re, di sicuro è Michele Senese, è il parere unanime degli investigatori. Anche da dentro il carcere. La mutazione non si ferma qui. Da Roma il clan Senese spedisce i suoi emissari a Milano, dove animano il “consorzio” fra pezzi di camorra, di ʼndrangheta, di Cosa nostra, che macina traffici e affari per centinaia di milioni di euro, secondo la maxi inchiesta Hydra della Direzione distrettuale antimafia di Milano...
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